C’era una volta un cavaliere che un’epidemia di morbo di parkinson
aveva privato del destriero e del brando di riserva, che aveva inserito
nell’ano del suo fido baio nella speranza di frenarne il moto. Così lo
più possente cavaliero di lettonia andò in caccia di rane, sperando
invero di trovare una di quelle bestie che sono metà rana e metà facocero; ma
ahimè il turpe suo destino mise sulla sua strada il terribile
hierofante monco.
Il cavaliero invocò allora Aramesh, il sommo dio di Lettonia, e si
getto nella pugna. Si diedero battaglia dall’alba al mattino e dal mattino
all’alba dopodichè lo hierofante morì di gonorrea e lo cavaliero venne
portato in trionfo per le vie di Istambul, città invero molto nota al
tempo per la produzione di dispositivi di igiene al tempo chiamti bidet.
C’era una volta un re che disse alla sua serva "muori un po’ di
tisi" e quella cominciò: "c’era una volta un re che diss.." e morì appunto
di tisi. Il re, sdegnato, decise che doveva dare alla sua serva una
degna sepoltura e, visto che nel turcmenistan ancestrale le tombe dei
grandi uomini venivano bagnate con il sangue di saguaro delle sabbie, il re
decise di dare alla sua serva questa onorevole sepultura, sebbene il re
fosse di Monaco di Baviera e non avesse mai sentito parlare di
quest’usanza.
Quindi il re raccolse la sua corte e una piccola scorta di mille e
mille cavalieri e partì alla volta delle sterminate distese di sabbia che
si trovano al di là del mare nel quale navigò l’omerico Ulisse, amico
d’infanzia dell’imperatore del Pakistan che altri non era che il nonno di
un vecchio saggio che diede all’ellenico poeta parmenide la ricetta
della pietra filosofale, che egli perdette per dedicarsi poi alla
metafisica.
Cavalcò lo possente re per un anno un mese e un giorno e infine giunse
a dusserldoff (la grafia è quella dell’antico nome in lingua d’oil). Qui
il re, saggio e potente, mandò a chiamare un famoso mago che, dopo
un’attenta riflessione, decise che era opportuno divinare il futuro nelle
viscere di un’echidna e si mise dunque in marcia alla volta
dell’Australia, paese mitico di cui si ignorava al tempo l’esistenza ma dove si
recavano i maghi e i santoni a prelevare ogni sorta di animale da
divinazione: dall’okapi al bufalo cafro. Ma il re non si perse d’animo in
quanto lo mago gli aveva assicurato che sarebbe stato di ritorno in 52 anni.
Per ingannare l’attesa il saggio sovrano decise di farsi asportare le
emorroidi, maledicendo immediatamente la sua decisione quando il morso
delle seghe e dei picconi dei chirurghi toccò la sua carne enfiata.
L’atroce dolore gli strappò ululati sì forti da essere uditi financo nelle
repubbliche baltiche. Nella ridente Lettonia vi era un cavaliero che,
confuso l’ululato del sovrano con il richiamo segreto della fanciulla in
pericolo, accorse a gran velocità. Lo re vide giungere lo
cavaliero, alto e possente, con la chioma al vento, l’armatura in platino
iridio con una cappa bianca e con al collo un sanitario, memoria di un
trionfo in Istambul, che montava un possente roano, il quale tremava
violentemente e recava in culo un brando chiaramente di riserva, aveva un fiero
cipiglio e il volto sicuro di chi pensa "ma perchè cazzo in tutte le
avventure mi deve morire il destriero per il morbo di Parkinson? E perchè
cazzo il sistema del brando nel culo, suggeritomi dal più grande
guaritore lettone non ne frena il moto?".
Non appena lo vide il saggio sovrano riconobbe subito in lui il più
grande cavaliero di lettonia, figura ormai quasi mitica nelle contrade di
Rotterdam; allora i due grandi eroi scoprirono di avere fatto l’asilo
insieme e si abbracciarono frenando a stento le lacrime; nel mentre
passava di lì un vecchio storpio che il più possente cavaliere di Lettonia,
dotato di un forte senso morale, discriminò.